La cucina italiana? Sempre piu' straniera
A difendere la cucina tradizionale italiana sono sempre piu' spesso gli stranieri, sovente piu' numerosi nelle cucine dei ristoranti rispetto agli italiani. Lo dice il New York Times nell'edizione on line, spiegando che "mentre gran parte del resto del mondo ha conosciuto la pasta e la pizza da immigrati italiani poveri, ora sono gli stranieri, a loro volta spesso poveri, che fanno una parte del migliore cibo italiano in Italia".
Secondo il quotidiano i grandi ristoranti romani non sembrano particolarmente preoccupati di questo: "Se il cuoco e' egiziano non cambia nulla", dice Francesco Sabatini, 75 anni, coproprietario del ristorante Sabatini in Trastevere, spiegando che i suoi chef hanno un apprendistato di cinque anni. Ma non e' tutto cosi' semplice.
Sull'ingresso di molti stranieri nel mondo della cucina tradizionale italiana, spiega il quotidiano, si allunga l'ombra del razzismo. Abu Markhyyeh, 41 anni, ha un piccolo impero: 11 ristoranti a Milano, 4 in Giordania, 2 a Cipro e affiliati in franchising a Dubai, Beirut, Sharm el Sheik e Shangai. Nonostante il successo, non si sente pienamente accettato. "Gli italiani - spiega - dicono di non essere razzisti, ma poi affermano che a Milano ho trovato l'America", riferendosi, spiega il quotidiano, "a un'espressione lievemente insultante che significa aver trovato il successo senza aver davvero lavorato".
Qunfeng Zhu, un immigrato cinese che ha aperto un bar nel centro di Roma nel quale serve, dice il New York Times, "un autentico espresso in una classica atmosfera italiana", ha un'esperienza simile: "Qualcuno entra - racconta - vede che siamo cinesi e se ne va".
L'Italia sta cambiando, dice il quotidiano, e anche il cibo inevitabilmente cambiera'. "Non possiamo difendere una ricetta", spiega Andrea Sinigaglia, della scuola internazionale di cucina italiana di Parma. "Non possiamo fermare il progresso. Possiamo solo indicare, esattamente, quali sono le cose importanti. Il resto e' creativita'".
Fonte Apcom















